( Baj tra Laerte e Gertrude; ai suoi piedi Ofelia)

Chi è di scena
Caro Enrico, ecco la mia visione
Tutto nero. Un fondale frammentato di specchi. Al centro una scala a struttura piramidale ornata di specchi deformanti. La scala ruota di 360° mostrando tre diverse facce al pubblico. I gradini della piramide sono botole, tombe, sarcofaghi, passaggi segreti. Ombre nere, sagome, sono dislocate sulla scena. Sul fondo la grande tela del "manichino marciante". I costumi neri, e i volti coperti da maschere schermanti, trasformano anche gli attori in manichini.
Un sipario bianco con il
Sul fondo varie ombre-sagome continuano a scorrere da un lato all'altro...
I documenti, furono pubblicati in un libro
(nello studio di Baj)

Amleto in pittura
di Enrico Baj
Dunque in maggio venne da me il Monaco. Io ci avevo fatto con lui un Pinocchio e ora, mi dice, Amleto. Dopo 'sta storia banalotta del naso che s'allunga come un cazzo, la tragedia ci vuole.
D'accordo gli dissi ti faccio tutto, cioè quel che mi compete, id est, ad pri pro quo' eludendum, ti faccio la scena, l'invenzione, cioè il visual et il mirabile: e che i personaggi siano piatte sagome di legno, come quelle dell'Apocalisse, ricoperte di ovatta e carte peste e pastellate per far vibrare quella loro pellaccia squamosa e coccodrillesca.
Massimo dice: il disegno e la follia di Amleto, l'essere e il non essere ch'altro sono se non la ragione dell'Io e del suo doppio.
Ti voglio -dico io- veder recitare, sfacciatamente, quel bel essere o non essere, che' ormai impossibile da dire."Allora cambiamo, tutto deve essere cambiato".
S'è fatto un gran lavoro, s'è discusso, s'è litigato.
Poi per maritare sempre più teatro e pittura, tiro fuori una gran tela con su dipinti, l'un dopo l'altro, i miei cari manichini marcianti in movimento, che sembrano chiamare in scena Muybridge, Duchamp e il suo nudo che scende le scale...
E' fatta, c'e' l'Amleto, i manichini e il firmamento. C'e' Satie, Ofelia, Rosencrantz bicefalo, il Monaco, l'Almansi.
Buio. Luci. Lo spettacolo va a cominciare: chi e' la'? who's there?
(Baj nel suo studio tra sagome e manichini)

Et cette ombre d'Hamlet imitant sa posture
Perché continuiamo a riscrivere Amleto? - riscriverlo, voglio dire, con parole o gesti, sagome o suoni, o semplicemente con l'immaginazione. Prima di azzardare, in margine a questo nuovo saggio di riscrittura multipla che sara' l'Amleto di Almansi-Baj-Monaco, un'ipotesi di risposta, devo precisare che quel "continuiamo" e' del tutto retorico. ...
Come dicevano gli esperti: Amleto e' un capolavoro mancato.
E' come una eccessiva massa incandescente. L'eccesso, appunto; l'eccesso rispetto "ai fatti della tragedia quali appaiono".
Ed è su questo eccesso, su questa gobba deturpante, su questo indecente e assillante in piu' di esaltazione e di enigma, su questo ingrossarsi e deviare della linea dagli assi dell'economicita' e della purezza, che s'e' abbattuta e continua ad abbattersi la voracità dei remakers , tutti lusingati o dannati ad espremere "l'inesprimibile orribile" di cui parla Eliot, cioe' a scoprire quel che Shakespeare - il quale, non dimentichiamolo, era Shakespeare- non e' riuscito a scoprire.
Compito smisurato mettere, rimettere, in scena Amleto, fuori portata per chiunque, ma proprio per questo tanto piu' eccitante - cui, per nostro tormento e diletto, nemmeno Almansi, Baj e Monaco (ciascuno in preda a un suo demone personale e insaziabile) hanno potuto sottrarsi.
(Ofelia secondo Baj)

Nella gabbia di Amleto
di Brunella Eruli
"Il torto dell'Occidente", scriveva il pittore Jean Dubuffet nel 1978 per il programma dello spettacolo "Coucou Bazar", "e' di credere che quanti piu' ingredienti si mettano, tanto migliore risulti la pietanza".
Per trasformare la storia del folle Amleto principe di Danimarca in Amleto il lunatico vari uccelli si sono riuniti e hanno intonato un coro.
Forse è per questo che la tragedia di Amleto il Lunatico è cosi' diversa dalle molte altre gia' scritte, riscritte, tradotte e tradite. Questa volta gli autori sono una singolare congrega, formata da un critico che per l'occasione ha indossato il giustacuore di Shakespeare e, rimboccando le maniche, ha messo le mani in pasta, con molta ironia; da un pittore che ha sguinzagliato i mostri e le sagome inquietanti che popolano il suo universo per accompagnare il principe nel suo fatale andare; e da un capocomico che con aculei delicati ha pescato parole ed immagini approdate al suo carrozzone ed ha loro insegnato l'arte di muovere i corpi e commuovere i cuori.
Cosa mai spinse questi tre artisti ad incontrarsi e a stringere fra di loro i nodi di un contratto teatrale con il quale ciascuno rinunciava ad essere padrone assoluto dei propri incantesimi...
Qui non si trattava di recitare Shakespeare, ma di prendere il rischio di dialogare con lui a più voci, di giocare senza pudori sull'ambiguità della pagina scritta...
E così, i simpatici pennuti che si sono riuniti in quella gabbia attorno al principe danese possono intonare un canto di vittoria.
Hanno strappato le cautele, hanno mescolato, triturato, intessuto fischi, gorgheggi e strilli.
Lo spettatore è con loro per questo vero Amleto. Incerto sul dove, sul quando, sul perche' essere o non essere.
(Copertina del libro catalogo)

La Pulce di Amleto
di Guido Almansi
Come difendere quella "polvere indecifrabile che fu Shakespeare"? (la formula, fulminea ma inconclusiva come le migliori formule, e' di Jorge Luis Borges).
Difenderlo dall'oblio, dalla dimenticanza, dal disinteresse, dalla noia.
L'Amleto che esce dalla fucina parodica Baj è tutto di superficie: occhi che guardano, dita che accusano, mani che abbrancano, bocche che ghignano.
Un Amleto "di carne", una carne vigile, occhiuta, con sguardi penetranti e inquisitivi, pupille sbarrate, lampi di ferocia e di odio tra le palpebre.
A questa lettura mi sono aggiogato da parassita, seguendo i suggerimenti delle aggressive sagome inventate da Baj, e i consigli del paziente e attento Monaco che stava al mio fianco e cercava di farmi evitare gli errori abituali degli scrittori che non hanno esperienza diretta di palcoscenico.
Ho scritto il mio testo tenendo davanti agli occhi i photocolors dei mostri di Baj che gridavano a gran voce la loro volonta' che mettessi loro in bocca un testo selvaggio e stralunato come le loro fattezze.